Crescita e precarietà

Green Jobs in Italia: crescita delle assunzioni e precarietà lavorativa

Uno studio dell'Università di Pisa e Torino evidenzia un paradosso nel mercato del lavoro verde

Green Jobs in Italia: crescita delle assunzioni e precarietà lavorativa

Nel periodo della transizione ecologica, tra il 2010 e il 2019, i “green jobs” in Italia hanno mostrato un incremento notevole, ma questa crescita non ha corrisposto a una maggiore stabilità occupazionale. Infatti, le professioni con una forte componente ambientale risultano avere una probabilità significativamente inferiore di essere associate a contratti a tempo indeterminato. Questo paradosso è emerso da uno studio pubblicato sulla rivista scientifica Journal of Cleaner Production, realizzato da Francesco Suppressa, ricercatore del Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università di Pisa, insieme a Silvana Dalmazzone e Roberto Leombruni dell’Università di Torino.

Assunzioni green in aumento, ma con contratti instabili

Durante il periodo analizzato, le assunzioni nel settore green sono aumentate, in particolare per i lavori con alta intensità ambientale, passando da circa 40 mila nuovi assunti nel 2010 a circa 56 mila nel 2019. Il Nord Italia ha mantenuto il maggior numero di assunzioni, ma le posizioni a più alta intensità ambientale hanno visto una forte diffusione nel Mezzogiorno e nelle Isole, soprattutto nel settore manifatturiero, coinvolgendo lavoratori maschi con livelli di istruzione medio-bassi. Tuttavia, il dato più preoccupante riguarda la qualità dell’occupazione; i risultati indicano che più un lavoro è caratterizzato da mansioni green, minori sono le possibilità di ottenere un contratto a tempo indeterminato. Anche tenendo conto di variabili come età, settore di attività e area geografica, i lavoratori in occupazioni a maggiore intensità green hanno una probabilità ridotta di accedere a contratti stabili, con una differenza che può arrivare a 2-3 punti percentuali rispetto ai lavori non green.

Un mercato del lavoro verde diviso

«I risultati evidenziano un paradosso nel mercato del lavoro durante la transizione ecologica», afferma Francesco Suppressa. «Da un lato, i green jobs stanno crescendo e diventano sempre più centrali nelle politiche ambientali; dall’altro, questi lavori sono spesso associati a contratti temporanei e a una stabilità occupazionale ridotta». Un aspetto cruciale riguarda il profilo dei lavoratori coinvolti: molti green jobs in Italia si collocano in occupazioni a bassa specializzazione e con livelli di istruzione medio-bassi, mentre una percentuale più contenuta riguarda lavoratori altamente istruiti. Si delinea così una biforcazione, in cui il lavoro verde si sviluppa prevalentemente agli estremi del mercato del lavoro, senza rafforzare la fascia intermedia. In questo scenario, la sostenibilità ambientale rischia di radicarsi in segmenti occupazionali già fragili, se non accompagnata da politiche mirate a migliorare la qualità del lavoro e la formazione.

Metodologia e dati significativi

Dal punto di vista metodologico, la ricerca ha adottato un approccio innovativo, basato sulle “task”, ovvero sulle singole mansioni che compongono una professione, superando i limiti delle metodologie tradizionali che si basano su settori o titoli professionali. Analizzando oltre 9.300 attività lavorative descritte nella Rilevazione campionaria sulle professioni dell’Inapp, lo studio ha identificato 204 mansioni riconducibili a competenze green, distribuite in 84 occupazioni del mercato del lavoro italiano. Questi dati sono stati incrociati con le comunicazioni obbligatorie sui contratti di lavoro attivati in Italia tra il 2010 e il 2019, fornendo un quadro dettagliato e significativo della situazione attuale.